BOSCH

HIERONYMUS  BOSCH

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Musica di Igor Stravinsky: da “L’uccello di fuoco”

Le immagini del video sono tratte dal “Trittico del Giardino delle Delizie” e dal “Trittico del Giudizio Universale”

1 Bosch Giardino5 Parte centrale

11 Fiore bolla17 Autoritratto

Hieronymus Bosch è un mistero. Di lui si ignora quasi tutto, a partire dalla data di nascita. Nessun episodio saliente, nessuna frase famosa, cosa che in un periodo di continua condivisione, qual è il nostro, ce lo rende lontano. Ma si tratta di una prospettiva dettata dagli schemi odierni. In realtà Bosch parla diffusamente, anzi grida un messaggio di fuoco, di dolore e di umori. “Umano, troppo umano”, avrebbe detto Nietzsche.

Questo gran parlare, tuttavia, non rende trasparente il suo linguaggio. La sua opera non è facilmente accessibile e non si presta ad interpretazioni univoche.

Lo spettatore che si trova per la prima volta davanti a un dipinto di Hieronymus Bosch prova innanzi tutto l’angoscia di sentirsi assegnare un compito tremendo: una serie di vignette gremite con molti episodi da districare, interpretare, decrittare. Più che un’emozione, la promessa di un lavoro pesante. Poi è sconcertato dalle atmosfere ambigue. Ambienti onirici, contrassegnati dall’eccesso mostruoso, con una totale assenza di censura: le immagini sono scandalose e trasgressive.

È improbabile attribuire alle opere di Bosch una committenza religiosa, anche se i temi della sua narrazione pittorica attingono alla Bibbia: la Creazione dell’Uomo, la Cacciata dal Paradiso Terrestre, il Peccato e la Punizione. Bosch coltiva questi argomenti, li approfondisce e li ripropone, li fa interamente suoi, fino a prescindere dal loro significato originale. Essi divengono il suo personale racconto, esattamente come altri uomini parlerebbero dell’amata, del primo figlio, dell’eterno alternarsi delle stagioni.

La Creazione dell’uomo e della donna sono i pochi momenti sereni, ma si sente che non appartengono alla vena più autentica dell’artista. Sono solo  l’inevitabile premessa della narrazione centrale: l’Errore, il Peccato, e la serie multiforme di tormenti da infliggere per aver peccato. La Punizione: eterna, implacabile, ossessiva. Si spalancano per l’uomo le porte dell’inferno e l’incubo, il terrore e persino una grottesca irrisione dominano la scena. È lì che Bosch ci vuole portare. Le immagini non sono catarsi, ma rigurgito sempre vivo di un malessere senza fine.

Il Sesso è un tema fondamentale dell’opera di Bosch. È il suo rovello. Un sesso filtrato attraverso fantasticherie morbose; forse, attraverso tendenze sadomasochiste e sodomitiche; sempre, attraverso i sensi di colpa derivanti dai codici insormontabili della religione cristiana.

Qualcuno vede nel “Giardino delle delizie” il paradiso perduto. È difficile aderire a questa tesi. I giovani che cavalcano ogni tipo di animale in una corsa sfrenata non sembrano felici. Il sesso li seduce con le sue lusinghe ed essi vi si abbandonano, ma hanno coscienza del peccato. Allo spettatore appartenente ad un’altra zona d’Europa – quella del Mediterraneo – fanno venire in mente altre leggende e rappresentazioni, quelle dei Proci che gozzovigliano nella casa di Ulisse. Ma  sappiamo come andrà a finire.

Anche quei giovani lussuriosi finiranno come i Proci, anzi molto peggio: bolliti in pentola, scorticati, infilzati, seviziati, costretti alle azioni più degradanti, tormentati da mostri e bestie immonde. Con particolare attenzione alle natiche, indagate e violate con ogni tipo di attrezzo. Mentre cavalcano, quei giovani  presagiscono la loro sorte, per questo non sembrano felici.

Nell’Odissea il ritorno di Ulisse rappresenta il prototipo dell’intervento dell’“eroe”, in vista di un giusto equilibrio delle vicende umane. L’inferno di Bosch, invece, sgomenta e disgusta, inquieta e non risolve.

Il peccato più imperdonabile dell’uomo è la lussuria. Non che gli altri vizi non siano puniti, anzi un’opera del maestro è dedicata ai Sette Vizi Capitali. Ma il sesso è il male dei mali. Quello che porta a desiderare una donna rappresentata come Eva nel pannello di sinistra del Trittico delle Delizie. Ha gli occhi bassi, è vero, e mantiene un atteggiamento pudico, ma la linea dei fianchi è sensuale ed invitante per qualunque uomo sano.

Ci si chiede a che pro quella profusione di bellezza se non se ne può godere. Un Dio crudele avrebbe condannato uomini e donne ad un eterno supplizio di Tantalo, per poi punire la trasgressione con un inferno infamante, dove è vietata perfino la pietà per il dolore. Un inferno che si risolve in crudeltà cieca e insanabile. Che non lascia spazio al pianto, al sentimento, alla poesia. Lontanissimo da quello di Dante.

Bosch sembra raccontarci lo strazio di un inferno cristiano, mitologico e popolare, governato dallo strapotere del diavolo. Ma accanto a questo inferno ce n’è un altro, “esagerato”, prodotto dalla sua mente dove la fantasia esplosiva e lucida si confonde con quell’inconscio di cui parlano gli psicoanalisti.

Questo miscuglio genera infinite chimere, come fuoriuscite da una produzione in serie di pezzi sempre difformi. La realtà non è vista nella sua regolarità ma si frantuma e si aggrega in una libertà di composizione che con quattro secoli di anticipo ha fatto parlare di surrealismo.

Non si tratta della deformità simbolica, come quella riscontrabile nei volti dei popolani che accompagnano Cristo nella sua Via Crucis. Lì è evidente l’intento di rappresentare la bassezza d’animo, l’insensibilità, il ghigno grossolano. Nel mondo di Bosch si tratta invece di una deformità pervasiva e sconvolgente, che dilata e complica la realtà visiva, che rende ridondanti e “mostruosi” i fiori e le foglie, i frutti, gli insetti, gli uccelli e le rocce. Una realtà gelatinosa e grondante umori, un film horror. E non sappiamo perché. Forse è proprio l’inferno che esce dai suoi legittimi confini e invade il mondo. Forse non c’è altra realtà. I colori violenti e il ritmo concitato fanno il resto: si ha voglia di dire basta e si continua a guardare, affascinati e scontenti.

Le creazioni visive di Bosch sono meraviglia ed incubo: la linea di confine non è netta. Forse sono proiezioni del suo inconscio, forse farneticazioni della sua mente. Forse soltanto un grido di dolore.      

Anna Murabito     alimarbit@yahoo.com18 Trittico del giudizio intero30 Particolare pan, centrale inf.33 Giu particolare 3

BOSCHultima modifica: 2021-02-28T12:00:07+01:00da helvalida
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12 pensieri su “BOSCH

  1. Altro articolo brillante, ingegnoso, che riesce a stimolare perfino il lettore meno attento. Complimenti! Anche per il video, davvero eccellente (trovo d’altronde indovinatissima la scelta del “soundtrack”…)

  2. Perfettamente d’accordo con Peter, un articolo stupendo su un artista ben difficilmente comprensibile, specialmente dalla nostra mentalita’ moderna. Forse quei bizzarri supplizi sarebbero stati piu’ giustificabili da uno spettatore permeato dello spirito tardomedievale del suo tempo.
    Geniale l’abbinamento musicale nel video, non mi ero mai reso conto che l’ “Uccello di fuoco” avesse degli aspetti cosi’ tragici o lugubri.

  3. “ Le creazioni visive di Bosch sono meraviglia ed incubo: la linea di confine non è netta. Forse sono proiezioni del suo inconscio, forse farneticazioni della sua mente. Forse soltanto un grido di dolore.”

    Cara Anna, la mia impressione è che Bosch abbia voluto burlarsi della religione facendo molta attenzione a non cadere nell’accusa di oltraggio che a quell’epoca gli sarebbe costata la vita. Le visioni dell’inferno sono talmente grottesche che è difficile attribuire loro l’intenzione di monito contro certi comportamenti umani.
    Un indizio che mi fa propendere per questa tesi si trova nella pala di sinistra del Trittico del Giudizio di Vienna . Nella parte bassa della tela il Padreterno benedice un’Eva ermafrodito, mentre Adamo disteso sull’erba non sembra gioire del dono ricevuto . L’immagine di questo particolare si trova nel video al minuto 7.
    Che senso ha un’Eva ermafrodito se non quello di voler prendersi gioco della religione ?
    Una caratteristica dei due trittici , ma in genere delle opere di Bosch, è che non hanno una polarizzazione. Come dimostrano le immagini inserite nel video ogni particolare può essere estrapolato e proposto per farne un quadro a sé .

    • Ringrazio gli amici per le parole generose che mi hanno rivolto e per le interessanti tesi esposte.
      L’argomento è inesauribile. Si ha sempre l’impressione che si sarebbe potuto dire di più e di meglio.
      Magari faremo, più in là, un secondo video.:-) Sempre con il fondamentale aiuto di Carlo, che ho definito altre volte mio compagno di avventure multimediali.

      • Ho ricevuto, sempre da Peter, una bellissima mail. La pubblico molto volentieri.

        Grandissimo pittore! Lo scoprii da ragazzo leggendo Henry Miller! Un tema che mi sta molto a cuore e sul quale scrissi già diverse pagine. Ricordo le lunghe epistole che mandavo a un mio cugino milanese o ad alcuni poeti e scrittori con i quali corrispondevo da adolescente: Hieronymus Bosch saltava spesso dal quelle righe a inchiostro bic, simile a un diavoletto nato apposta per causare, con i suoi colori vivaci e le sue forme “fumettare”, un … vero e proprio diavoleto.
        E quindi, Alida, non mi rimprovererai se esprimo i miei pensieri. (Idee, tra l’altro, che ho sempre uguali dal mio ventesimo o forse trentesimo anno d’età.)
        D’accordo, le singole allegorie ce le devono spiegare (e ce le hanno spiegate) critici e filosofi, storici e filologi ma, al di là di questo lavoro da compiere (che io ad ogni modo da ragazzo, in maniera felicemente anarchica, non trovavo essere un obbligo), non penso che ci sia davvero così tanto da dipanare nella matassa di immagini, di vignette, di singole situazioni individuabili nella caotica rappresentazione. A me bastava – e basta – guardare fuori dalla finestra e fare una passeggiatina per ritrovare ‘L’Inferno Musicale’!
        La visione del mondo e delle cose di Bosch (allegorica; ma allegorica a guisa della ‘Commedia’ di Dante… con una valenza non indifferente sui fatti e le circostanze reali) io non la ricondurrei a un dolore suo dell’artista. Io ritengo che l’artista… anzi: gli artisti al plurale, siano intimamente felici, non abbiano alcun dolore che sia loro proprio, bensì siano solo inorriditi – e divertiti – dalla dementia generale. L’incubo è fuori di loro.
        Certo, poi anche Dio, se esistesse, soffrirebbe terribilmente, a causa della stupidità degli uomini. Così come soffre uno spirito sensibile e intelligente, una mente superiore: mancano le persone con le quali dialogare, le sponde; e così deve palleggiare i suoi argomenti contro un muro morto. Ma le smorfie e i gesti contorti non appartengono al ‘suo’ mondo: sono la manifestazione del mondo in cui “è stato gettato”.
        Lui, il genio, è arcicontento di essere com’è, e diverso diversissimo dal manicomio circostante. Non agogna alla stupidità, non vuole abbassarsi a livello del mondo (instupidendo volontariamente, sempre che ciò sia possibile, diverrebbe triviale e grottesco come “loro”, soffrendo – conseguentemente – di meno; un Faust corruttibile e corrotto. Ma lui resiste, resiste e tiene alto, di fronte agli altri, reggendolo con ambedue le mani, uno specchio bello lucido.) Scrive o dipinge ciò che vede anche per sconfiggere e rintuzzare la cretinaggine.
        Il difetto è del mondo, non suo! Le creazioni di Hieronymus non sono proiezioni del suo inconscio: sono rappresentazioni (semi)realistiche.
        > Una realtà gelatinosa e grondante umori, un film horror. E non sappiamo perché.
        Beh! Io credo di saperlo… Come lo sapeva il Maestro del celebre romanzo di Bulgakov, che guardava la luna e spaventava gli altri pazzi rinchiusi con lui dicendo cose “strane”, “contorte”.
        Complimenti per lo scritto e le riflessioni che vi sono contenute! In fondo, credo di non sbagliare dicendo che, in conclusione, la grandezza del pittore Bosch sia proprio nel suo mettere in luce i vizi (molti) e le virtù (poche) della vita umana… “Surrealismo”, sì. Sono d’accordo, è questo che ricorda il suo stile. Ur-surrealisms.

  4. Anna Murabito fa l’ipotesi che l’ispirazione di fondo dell’opera di Bosch sia il dolore. Patti quell’opera non la “ricondurrebbe a un dolore suo dell’artista”. E fin qui potrebbe avere ragione, sappiamo così poco della vita di Bosch. Ma prosegue sostenendo che “gli artisti al plurale, siano intimamente felici, non abbiano alcun dolore che sia loro proprio, bensì siano solo inorriditi – e divertiti – dalla dementia generale. L’incubo è fuori di loro”. Qui mi piacerebbe avesse ragione, ma temo proprio che abbia torto. L’artista – come del resto il genio – è per sua natura, in quanto diverso, un disadattato. E si sa che vive meglio uno scarafaggio tra gli scarafaggi che un daino – animale elegante – a corte. Fra l’altro, mentre il genio intellettuale può salvarsi nella coscienza della propria superiorità – basti pensare a quanto poco Hegel, pure celebratissimo, facesse ombra a Schopenhauer – l’artista è disarmato. In che modo Van Gogh avrebbe potuto dimostrare ai terzi che i suoi quadri valevano qualcosa? E infatti non ci riuscì mai. D’accordo, era pazzo, ma sarebbe stato un pazzo meno infelice se non avesse sempre dovuto dipendere dal fratello Theo.
    No, di Bosch non so nulla, ma so che l’inferno che è intorno a noi ha buoni strumenti per insinuarsi nella nostra anima quando, pur sentendoci in possesso di un messaggio da comunicare, di una bellezza da donare o almeno da condividere, siamo circondati dalla freddezza, dalla solitudine, quando non dal sarcasmo.
    Caro Peter, lei è un artista, e come tale si proclama felice. Io forse la so più lunga e vengo ad abbracciarla fraternamente, anche come risarcimento di tante delle cose che Lei sicuramente ha vissuto.

  5. Anna Murabito, uno scrivere meraviglioso, come un fiume lento alle rive e vorticoso al centro. Illustra Bosch in un brano di profonda interpretazione umana e artistica. Scova nelle terrificanti immagini dell’olandese allusioni filosofiche, etiche, naturalistiche. Ricordo che all’Escorial, Io Il Re teneva nel suo minuscolo studiolo di fronte a sé (per quali oscure affinità) un solo quadro, quello di Hieronymus Bosch. I trittici dell’artista qui presentati sembrano passare in mostruosa sequenza senza prospettiva mille incubi germinati dalla follia dell’intero genere umano. Sconvolgente follia, senza censure mondane ed anzi esaltata dalla trasgressione, in forme distorte, grottesche, ma sempre umane, terribilmente umane. L’autrice penetra, con grande sensibilità e talento espressivo, nelle pulsioni contorte del pittore, freddo realista ed insieme orrido surrealista, nell’incredibile panorama di una mai tentata rappresentazione figurativa. Ci sono stati altri che , sotto il pretesto dei tormenti ai dannati, hanno cavalcato fantasie feroci, ma mai nessuno, come benissimo esplora la Murabito, si è spinto fino ai confini estremi della mente come Bosch. Cosa pensava l’artista quando, con crudele minuzia, segnava i suoi figurini? In tempi di disorientamento e sradicamento dell’uomo, quali stanno diventando i nostri sotto i colpi delle tecnologie gestite dai più spregiudicati, bene è stato puntato il focus su un pittore indecifrabile agli occhi consueti, ma immenso alle vibrazioni segrete di un assoluto sogno profetico, vibrazioni captate dallo spazio o dall’inconscio. Magnifico articolo!

  6. Il bello e colto post di Alida ha suscitato interessanti commenti ai quali vorrei aggiungere alcune mie riflessioni. Premesso che la percezione di un’opera d’arte è legata profondamente al nostro tessuto emotivo e sensibilità individuale, per instaurare quel colloquio con la pittura (che Leonardo indicava come “poesia muta”) importante, anzi direi fondamentale è contestualizzarla non solo temporalmente ma geograficamente, socialmente e culturalmente.
    È vero che di Bosch sappiamo poco, Panofsky scriveva che ancora non abbiamo trovato la chiave per svelare i suoi magnifici incubi, ma conosciamo il luogo, il tempo, il tessuto sociale e culturale dell’epoca in cui è vissuto. Un’epoca in cui molti fermenti si affacciano all’uomo che da poco ha lasciato il Medioevo per avviarsi al Rinascimento.
    Per tornare al dipinto una possibile chiave di lettura deve partire necessariamente dalle ante esterne del trittico in cui Bosch raffigura il mondo inserito all’interno di una sfera di cristallo a simboleggiare la fragilità dell’universo ma soprattutto dell’umanità che si lascia avvincere dalle tentazioni.
    Tentazioni che sono illustrate nel giardino delle delizie, un giardino che da primigenia rappresentazione dell’azione ordinatrice dell’uomo sulla natura e della ragione sulle pulsioni inconsce è invece da Bosch raffigurato come un’allegoria della lussuria dove gli ibridi umani, vegetali e animali denunciano una degradazione dell’essere umano. Il destino dell’uomo condannato a vivere nel peccato per colpa dei sensi è qui rappresentato dal mostro dalla testa umana e gli strumenti musicali sono allusivi dei sadici tormenti a cui sono sottoposti i dannati, quei peccatori che, per contrappasso, furono “sordi” alla legge divina.

    • Il post di Ivana riflette la personalità dell’autrice: accurata, appassionata, studiosa, colta, capace di esaminare i particolari senza perdere la visione d’insieme.
      Mi è piaciuto l’aggettivo “magnifici” accostato ad “incubi”, per definire in due parole l’opera di Bosch: il lusso debordante nella negatività.

  7. Bosch è incredibile e molto inquietante. Bellissimo e chiarissimo il commento. Attraverso le tue parole sono riuscita a comprendere le immagini, ad entrare nel quadro e provare emozioni diverse.

    • Bentornata a Gabriella, che mancava dai tempi di “Istanbul”, il primo post.
      Grazie, Gabri, sono felice di comunicare attraverso le parole, come tu dici. E sono contenta che tu ci sia ancora, nel blog e nella nostra amicizia.

  8. Ho trovato interessante ed esauriente l’articolo su Bosch perché fornisce in modo chiaro, semplice e incisivo notizie sulla sua vita e sulle sue opere. Esse ,nonostante la vivacità dei colori, risultano inquietanti perché comunicano angoscia,oppressione e tormento.Perfetta la scelta della musica. Sono grata ad Anna ,mia amica storica ed eccezionale, per gli stimoli culturali che mi offre.

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